L’art. 41-bis ord. penit.: il regime di “carcere duro” in equilibrio tra istanze securitarie e tutela delle garanzie costituzionali (Tesi di laurea)

Articolo scritto da Roberto Zunino il 8 febbraio 2017

Prof. relatore: Massimo Ruaro

Ateneo: Università degli studi di Genova

Anno accademico: 2015-2016

Il regime detentivo speciale disciplinato dall’art. 41-bis ord. penit. si caratterizza per essere uno degli strumenti normativi più importanti di cui l’ordinamento dispone nella lotta alla criminalità organizzata. Un’importanza, quella del “carcere duro”, suggellata dalla constatata inettitudine dell’ordinario trattamento penitenziario a fronteggiare adeguatamente, in chiave special-preventiva, la eccezionale pericolosità sociale che connota gli esponenti di vertice delle organizzazioni criminali.

La conoscenza empirica del fenomeno mafioso ha infatti mostrato che il carcere, nella sua ordinaria fisionomia, non inibisce ai detenuti provenienti dalla delinquenza organizzata, e collocati in posizione apicale nell’ambito della stessa, di mantenere rapporti con il sodalizio operante sul territorio e di impartire, per questa via, ordini e direttive ai sodali rimasti in libertà, vanificando con ciò quella funzione di neutralizzazione che è propria della sanzione penale. Di qui l’importanza di disporre di un regime ad hoc, preordinato, mediante la sospensione di talune regole dell’ordinario trattamento, a spezzare il vincolo associativo e ad interdire i legami tra il detenuto e la societas sceleris.

Al tempo stesso, tuttavia, il 41-bis rappresenta uno degli articoli più controversi dell’ordinamento penitenziario. Ciò in quanto la sua applicazione determina una forte compressione dei diritti del detenuto nonché una totale (o quasi) obliterazione del fine rieducativo della pena, ponendosi, pertanto, in una posizione di non facile compatibilità con la Costituzione e con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, specie là dove le misure imposte assumano un carattere prettamente vessatorio, unicamente diretto a favorire una sorta di “soave inquisizione” (non manca infatti chi paventa che l’istituto possa essere surrettiziamente impiegato allo scopo di fiaccare psicologicamente il detenuto ed indurlo a collaborare con la giustizia).

La presente tesi di laurea si propone, dunque, di analizzare l’art. 41-bis ord. penit., evidenziando le questioni oggetto della folta elaborazione dottrinale e pretoria – alla quale si è spesso aggiunta l’attenzione delle competenti istituzioni interne ed internazionali –, nonché segnalando i vari profili di interesse in ottica de lege ferenda.

Il primo capitolo rivolge una breve panoramica alle disposizioni del diritto penitenziario che nel tempo si sono succedute nel comune obiettivo di far fronte alla delinquenza mafiosa “da dentro il carcere”; il secondo tratta del regime, rimasto pressoché sulla carta, disciplinato dal primo comma dell’art. 41-bis ord. penit. I successivi capitoli sono invece esclusivamente dedicati al “carcere duro” di cui ai commi 2 e ss. Vengono in particolare analizzati i presupposti applicativi dell’istituto (capitolo III); il procedimento amministrativo di applicazione, proroga e revoca (capitolo IV); le varie misure imposte, con riferimento non soltanto a quelle previste dal dettato normativo ma anche a quelle adottate nella prassi ministeriale (capitolo V); il controllo giurisdizionale (capitolo VI).

Nel fare questo si è costantemente cercato di sottolineare l’eterna dialettica tra istanze di sicurezza e di repressione della criminalità, da un lato, ed esigenze di salvaguardia della persona in vinculis e di rispetto delle garanzie costituzionali, dall’altro. Il tutto nella convinta imprescindibilità dello strumento.

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