Il carcere come “extrema ratio” nella legge 16 aprile 2015, n. 47 (Tesi di laurea)

Articolo scritto da Michele Grifa il 19 Maggio 2017

Prof. relatore: Massimo Ceresa-Gastaldo

Dott. correlatore: Simone Lonati

Ateneo: Università Commerciale Luigi Bocconi

Anno accademico: 2015-2016

Quello del sovraffollamento carcerario è un problema che affligge il nostro paese da diversi anni a questa parte. Le sue dimensioni e la sua evidenza hanno raggiunto il culmine quando, con la nota pronuncia “Torreggiani”, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato l’Italia per via del trattamento “inumano e degradante” riservato ai detenuti, obbligandola così ad assumere provvedimenti tesi a sanare, almeno in parte, la situazione.

Si può affermare che il problema dell’overcrowding carcerario abbia una duplice origine: da un lato, infatti, il problema è strettamente consequenziale alle gravi carenze strutturali proprie degli istituti di pena italiani, dall’altro, invece, la problematica si trova ad essere intimamente connessa all’uso (e abuso) che viene fatto della custodia cautelare carceraria da parte della magistratura. Malgrado l’ordinamento stabilisca che la misura inframuraria debba costituire l’extrema ratio e non invece, come sempre più spesso accade, la regola generale, il ricorso al carcere in via cautelare continua ad essere la risposta prediletta dalla magistratura alle pressanti domande di giustizia rivoltele dalla società e dai media.

Nel tentativo, dunque, di assicurare un maggior rispetto del principio di residualità della misura carceraria, è intervenuta la legge n. 47 del 16 aprile 2015, recante modifiche al codice di rito penale in punto di misure cautelari personali. Nella presente tesi di laurea verranno affrontati uno per uno, in chiave critica, i punti toccati dalla novella, azzardando infine un personale giudizio complessivo sulla stessa, corredato di alcuni spunti de iure condendo.

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