Tra infermità mentale e pericolosità sociale: tecniche di controllo penale (Tesi di laurea)

Articolo scritto da Luciano Vella il 7 settembre 2017

Prof. relatore: Alberto Gargani

Ateneo: Università degli Studi di Pisa

Anno accademico: 2015-2016

Il sistema penale ha assunto, negli anni, atteggiamenti sempre diversi e innovativi in merito alle tecniche di controllo da attuare nei confronti di autori di reati, che si rivelino socialmente pericolosi. Particolare attenzione è stata apprestata, in tal senso, ai soggetti non imputabili, in quanto incapaci di intendere e di volere. In un primo momento, la Scuola classica del diritto penale aveva postulato la necessità di corrispondere, ai criminali anzidetti, sanzioni non dissimili da quelle comminate agli imputabili. Indi, la sanzione penale si limitava, nella maggior parte dei casi, alla reclusione del reo, socialmente pericoloso, in un istituto penitenziario per un tempo predeterminato dalla norma penale.

Tuttavia, le caratteristiche tipiche dell‟incapace di intendere e di volere e l‟impreparazione degli operatori giuridici, in merito alle tecniche di prevenzione del crimine, palesarono gli inconvenienti che da suddetto egualitarismo scaturirono: il reo non imputabile, una volta immesso nel circuito penitenziario, veniva lasciato a se stesso e trattato come tutti gli altri criminali, situazione che non poteva che determinare un aggravamento della patologia del singolo, con un conseguente ritorno al crimine dello stesso. Tali presupposti posero le basi per le teorizzazioni della Scuola positiva, la quale, ai primi del novecento, iniziò a pensare alle possibili soluzioni al problema “trattamento degli autori di reato non imputabili”, ponendo in essere le premesse per la nascita delle misure di sicurezza personali. A differenza di quanto previsto normalmente per gli autori di reato, le misure di sicurezza si posero quale meccanismo volto a controllare, educare e curare i criminali socialmente pericolosi, soprattutto se incapaci di intendere e di volere, essendo, a tal fine, preordinate per un tempo corrispondente alla durata della loro pericolosità sociale.

Una sanzione, dunque, avente due differenti scopi, uno di tipo cautelare, contenere il singolo al fine di renderlo inoffensivo per sé e per i terzi, e uno di tipo terapeutico, servirsi di tecniche d‟intervento funzionali alla cura della patologia di cui lo stesso è affetto. Nasce in tal modo per la prima volta in Italia «il sistema sanzionatorio a doppio binario, che prevede accanto alle pene per i soggetti imputabili le misure di sicurezza per i soggetti pericolosi». Tuttavia, nonostante le notabili motivazioni che indussero alla formazione delle misure di cui sopra, negli anni, queste, hanno assunto una portata sempre più custodiale e sempre meno terapeutica, palesandosi i vizi e i limiti del sistema penalistico italiano, impossibilitato a realizzare un giusto compromesso tra le esigenze di prevenzione del crimine e quelle di tutela dei diritti dei singoli.

Il presente lavoro, articolato in quattro capitoli, si preoccupa di evidenziare le caratteristiche del sistema dualistico, concentrandosi sulle tecniche di controllo penale adottate negli anni al fine di contenere la pericolosità degli autori di reato socialmente pericolosi.

Il primo capitolo definisce il tema dell‟imputabilità, il quale è presentato mediante una preliminare ricostruzione storica del concetto di colpevolezza, soffermandosi prima sulla concezione psicologica e normativa della stessa, per poi approdare alla moderna ideazione dell‟imputabilità come capacità di colpevolezza, così come intesa dalla fondamentale sentenza della Corte Costituzionale n. 364/1988. In seguito, l’attenzione si sposta sull’argomento, a quest‟ultimo connesso, della capacità di intendere e di volere, delineandosi le ipotesi tipiche e non atte a diminuire o annullare completamente l‟imputabilità del singolo. A tal proposito, con particolare riferimento al vizio di mente, viene operato un excursus temporale sul significato che il concetto di infermità ha assunto nel corso degli anni, attraverso un‟analisi dei paradigmi elaborati dalla psichiatria sul punto, fino ad arrivare alla fondamentale sentenza 9163/2005 della Corte di cassazione, la c.d. sentenza Raso, la quale ha, a tal riguardo, aperto la strada al riconoscimento, fra le cause di esclusione dell‟imputabilità, ai gravi disturbi della personalità.

Il secondo capitolo si sofferma più prettamente sul sistema del doppio binario, mostrando le differenze sussistenti tra Scuola classica e Scuola positiva in relazione alle tecniche di intervento penale da impiegare nei confronti dei criminali, fino a delineare l’apparente compromesso realizzato dal codice Rocco in materia, attraverso l’introduzione delle misure di sicurezza. Segue un’analisi sociologica volta a porre l‟attenzione sulle strategie adoperate dal legislatore, dal secondo dopoguerra fino agli anni 2000, al fine di apprestare una valida risposta al senso d‟insicurezza sviluppatosi in Italia, evidenziandosi, in tal modo, quella che è stata la crisi del sistema del doppio binario. Con riferimento a quest‟ultima annotazione, la seconda parte del capitolo tratteggia la figura dell’autore di reato socialmente pericoloso, chiarendo innanzitutto le modalità d’accertamento della pericolosità del singolo, con specifici riferimenti alle presunzioni di pericolosità di cui il codice Rocco era affetto, per poi mostrare l‟evoluzione giurisprudenziale e normativa in tema, con cenni sui contribuiti delle neuroscienze in merito ai criteri di valutazione della pericolosità sociale.

Il terzo capitolo si interessa più da vicino delle misure di sicurezza personali, detentive e non. La prima parte del capitolo verte sulle disposizioni generali cui alla sezione I del capo I del titolo VIII del libro I del c.p., avente ad oggetto le misure amministrative di sicurezza. Si pongono in evidenza ivi le caratteristiche comuni alle misure di sicurezza, facendo caso alle regole di applicazione delle stesse in riferimento al territorio, al tempo e alle persone. Si passa poi all‟analisi delle singole misure, attraverso una ricostruzione normativa e giurisprudenziale delle caratteristiche delle stesse, sottolineandone i punti critici e le prospettive future. Particolare attenzione, infine, è riservata all‟istituto dell‟ospedale psichiatrico giudiziario, il quale viene approfondito nella sua complessità: dalla sua nascita come istituto manicomiale totalizzante, sino alle recenti novità sottese al suo apparente tramonto realizzatosi con la legge n. 81 del 2014.

Con il quarto capitolo, in conclusione, lo sguardo si estende al contesto europeo, inquadrando le modalità di intervento delle maggiori nazioni europee in relazione al tema degli autori di reato infermi di mente socialmente pericolosi, mettendo in evidenza, inoltre, le metodologie prese a riferimento dagli stati nella valutazione della responsabilità penale.

All’esito dell‟indagine si può osservare che all’aumentare del bisogno di sicurezza si è accostato l’inasprimento sanzionatorio, sempre più volto a tutelare la società dai delinquenti pericolosi che non a garantire la cura di chi è offeso da una patologia psichiatrica, soprattutto avendo riguardo all’illusione umana della costante «ricerca della sicurezza assoluta», che ha sempre mostrato il «troppo alto» prezzo «da pagare in termini di libertà personale».

Parole chiave:

Categorie: ARTICOLI, DIRITTO PENALE, Tesi di laurea