Corte di Giustizia UE: il sovraffollamento nelle carceri può bloccare l’esecuzione del mandato d’arresto europeo

Articolo scritto da Lorenzo Roccatagliata il 7 aprile 2016

Court of Justice of the European Union, Luxembourg

CGUE (Grande Sezione), Sentenza 5 aprile 2016
Cause riunite C-404/15 e C-659/15 PPU

Il 5 aprile scorso la Corte di Giustizia dell’Unione Europea (CGUE) ha depositato la sentenza sul rinvio pregiudiziale effettuato dal Tribunale Regionale Superiore di Brema (GER), in ossequio alla procedura prevista dall’art. 267 TFUE.

L’oggetto di rinvio costituiva l’interpretazione di alcune disposizioni della Decisione Quadro 2002/584/GAI, che disciplina il mandato di arresto europeo (MAE). Più in particolare, il Tribunale tedesco ha posto il quesito se, alla luce degli articoli 1 §3, 5 e 6 §1 della Decisione Quadro, lo Stato membro nei cui confronti penda una richiesta di MAE possa o debba rifiutarne l’esecuzione in presenza di motivi fondati che nello Stato richiedente gli standard detentivi siano incompatibili con i diritti umani fondamentali sanciti all’articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (Carta di Nizza). L’alternativa paventata dal giudice rimettente era che lo Stato membro potesse o dovesse invece subordinare la consegna all’ottenimento dallo Stato di emissione delle informazioni necessarie a garantire la conformità delle condizioni detentive ai diritti fondamentali e, in questa seconda ipotesi, se lo Stato d’emissione fosse o meno obbligato a fornire tali informazioni.

La vicenda prende corpo da due mandati d’arresto per contestazioni di furto con scasso e guida senza patente, rispettivamente emessi dalle autorità giudiziarie ungheresi e rumene nei confronti di due cittadini nazionali che si trovavano in territorio tedesco. Il Tribunale di Brema, ricevuto il mandato ed innescata la procedura di esecuzione, ha rilevato una serie di pronunce della Corte EDU, nelle quali entrambi gli Stati erano condannati per violazione dell’articolo 3 della Convenzione EDU, in ragione del trattamento inumano e degradante a cui i detenuti erano sottoposti a causa dell’eccessivo affollamento delle carceri nazionali (vedi ex multis Varga e altri c. Ungheria e Bujorean c. Romania).

Persuaso della sussistenza di un rischio concreto che l’esecuzione del mandato potesse portare ad una violazione degli articoli 3 CEDU, 4 Carta di Nizza e 6 TUE, il Tribunale tedesco ha ritenuto di proporre il rinvio pregiudiziale alla CGUE, sottoponendo il quesito più sopra indicato.

Orbene, la Corte di Giustizia UE, investita della questione, ha preliminarmente ricordato che il principio di mutuo riconoscimento su cui si fonda il mandato d’arresto europeo costituisce la pietra angolare della cooperazione giudiziaria in materia penale, e che di conseguenza, in conformità con l’art. 1 §2 della Decisione Quadro, gli Stati membri hanno l’obbligo di dare esecuzione ad una richiesta di MAE, potendo rifiutare la richiesta solo per motivi tassativamente previsti.

Purtuttavia, la Corte, in ossequio al considerato 10 della Decisione Quadro, ha rilevato che il meccanismo sotteso al mandato di arresto europeo può essere sospeso solo nei casi di violazione grave e persistente dei valori riconosciuti dall’art. 2 TUE, ed ha contestualmente rammentato di aver in passato ammesso che gli Stati membri opponessero limiti al principio di mutuo riconoscimento solo in circostanze eccezionali.

I giudici di Lussemburgo hanno in seguito sottolineato il carattere assoluto e non derogabile del divieto di trattamenti inumani o degradanti, quali previsti dalle sopracitate norme internazionali, ed hanno pertanto riconosciuto che l’autorità giudiziaria nazionale chiamata a dar seguito ad una richiesta di MAE, qualora si trovi in presenza di elementi che attestino un rischio reale che lo Stato di emissione commetta una simile violazione dei diritti umani, è tenuta ad apprezzare tale rischio, fondandosi su elementi oggettivi, attendibili, precisi ed aggiornati sulle condizioni di detenzione. Tali elementi, si precisa, possono risultare da decisioni giudiziarie nazionali ed internazionali, così come dai rapporti resi dagli organi del Consiglio d’Europa o delle Nazioni Unite.

Una volta constatato il rischio generale di violazione dei diritti umani da parte dello Stato di emissione, le autorità nazionali sono altresì chiamate ad apprezzare il rischio concreto e specifico che l’individuo destinatario del mandato possa effettivamente essere vittima di tale violazione. A tal fine, l’autorità giudiziaria, in applicazione dell’art. 15 §2 della Decisione Quadro, è tenuta a richiedere con urgenza allo Stato di emissione tutte le informazioni relative alle condizioni di detenzione nelle carceri nazionali.

Solo all’esito di tali informazioni, qualora l’autorità giudiziaria constati un rischio concreto di trattamento inumano o degradante, la stessa può sospendere la procedura di esecuzione del mandato, tempestivamente informando Eurojust delle ragioni del ritardo.

La Corte conclude infine con un passaggio fondamentale, stabilendo che, ove la sussistenza del rischio di violazione non possa essere allontanato entro un termine ragionevole, l’autorità giudiziaria nazionale deve decidere sulla possibilità di porre fine alla procedura di consegna.

Orbene, pur con argomentazioni estremamente caute e laboriose, i Giudici di Lussemburgo hanno ritenuto che il rischio concreto che un individuo venga posto in detenzione in un carcere sovraffollato, e possa pertanto essere vittima di trattamenti inumani o degradanti, legittimi i giudici nazionali a negare l’esecuzione del mandato d’arresto e, conseguentemente, a non consegnare l’interessato allo Stato di emissione.

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