Concorso esterno in associazione mafiosa: una “judge made law all’italiana” al vaglio della Corte EDU (Tesi di laurea)

Articolo scritto da Francesco Pio Lasalvia il 12 marzo 2017

Prof. relatore: Adelmo Manna

Prof. correlatore: Giandomenico Salcuni

Ateneo: Università degli Studi di Foggia

Anno accademico: 2015-2016

Il presente lavoro si colloca nel solco del lungo e tormentato dibattito in materia di concorso esterno in associazione mafiosa, in dottrina più generalmente riconducibile al problema della configurabilità del concorso eventuale nei reati associativi. Da un’analisi storica e, ad alcuni tratti, sociologica, che conferma l’esistenza della “contiguità mafiosa”, “testimonianza di un’esigenza grave”, si procede alla valutazione di numerosi orientamenti di dottrina e giurisprudenza, forse spesso sovrapponibili e contraddittori nel tempo, sulla configurabilità del “concorso esterno”.

Oggi sembra – il verbo utilizzato è più che necessario – che la questione sia risolta in senso affermativo, a giudicare dai recenti contributi degli studiosi e dalla giurisprudenza maggioritaria in materia, pur permanendo irrisolti numerosi dubbi, anche di legittimità costituzionale, sollevati da una dottrina nel tempo divenuta minoritaria, complici anche pressanti ragioni di difesa sociale.

A ciò si aggiungano, a conferma dell’incessante travaglio dell’istituto, ben quattro Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, indicative del disagio persistente circa i confini e le forme che dovrebbe assumere la condotta di chi contribuisce, pur non facendone parte, alla conservazione e al rafforzamento dell’associazione mafiosa. Pronunce comunque non impassibili di smentite, quest’ultime forse eccessivamente frequenti da parte di sezioni semplici e di giudici di merito, tali da far riflettere sull’attuale funzione nomofilattica delle giurisdizioni superiori e sulla necessità di eventuali correttivi di matrice anglosassone come rimedio all’imprevedibilità della decisione giudiziaria, come già suggerito da Alberto Cadoppi in un’interessante ricerca in materia.

Come se ciò non bastasse a rendere il quadro caotico e travagliato, oppure, per utilizzare una felice espressione di Vincenzo Maiello, come se non bastasse “la mancata legittimazione interna” del “concorso esterno”, peraltro assurto anche agli onori della cronaca con l’ulteriore aggravio che deriva da un’esposizione dell’istituto al dibattito tra i non addetti ai lavori, come a più riprese sottolinea Giovanni Fiandaca in diversi suoi scritti, si è aggiunta un’ulteriore tegola sulle sorti dell’istituto: la “mancata legittimazione esterna”, potrebbe definirsi, per
riprendere ancora l’espressione utilizzata da Maiello.

La Corte EDU, con sentenza 14 aprile 2015 Contrada c. Italia n. 3, si pronuncia in materia di concorso esterno in associazione mafiosa. Strasburgo condanna l’Italia. Secondo i giudici “europei”, Bruno Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa perché, all’epoca dei fatti (1979 – 1988), il concorso esterno possedeva certamente una base legale mai i suoi contorni erano talmente generici e indefiniti, così come drammaticamente contrastante la sua giurisprudenza, da rendere imprevedibile una condanna per quel reato, resa prevedibile soltanto a partire dal 1994, quando le Sezioni Unite forniscono “per la prima volta un’elaborazione della materia controversa, esponendo gli orientamenti che negano e quelli che riconoscono l’esistenza del reato in questione e, nell’intento di porre fine ai conflitti giurisprudenziali in materia, ha finalmente ammesso in maniera esplicita l’esistenza del reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso” rendendo, così, chiarezza in materia e confermando l’esistenza, la configurabilità e la punibilità del “concorso esterno”.

Non v’è, però, da illudersi. Così come allora non calarono i riflettori in seguito all’intervento “risolutore” – se così si può dire – delle Sezioni Unite Demitry, così oggi non v’è da sperare che calino in seguito a Contrada. Sembra piuttosto plausibile il contrario, anzi, appare certo che i riflettori accesi da decenni di dibattiti e scontri, troppo spesso eccessivamente ideologici, non accenneranno a calarsi né, a fortiori, si spegneranno, quantomeno nel breve periodo. Numerose sono le conseguenze dell’intervento della Corte EDU sulla giustizia penale italiana. La confusione regnante nel nostro ordinamento sulla materia in oggetto, il silenzio assordante del legislatore, la supplenza giudiziaria sconfinata, il labirinto delle fonti giuridiche approdano a Strasburgo.

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