La tutela genitoriale nel preminente interesse del minore: mai più “bambini detenuti”

Articolo scritto da Mena Minafra il 13 Febbraio 2019

in Giurisprudenza Penale Web, 2019, 2-bis – ISSN 2499-846X

L’ingresso in carcere costituisce, per il detenuto, un momento di crisi profonda: questi, infatti, perde molto di più della propria libertà personale, dovendo abbandonare regole e abitudini di vita personali, che deve sostituire con le regole di “vita” dell’ordinamento dell’amministrazione penitenziaria e con i numerosi riti e miti della subcultura carceraria; soprattutto, deve lasciare gli affetti fuori dalle porte del carcere.

Non si nasconde, in verità, che, in quanto persona, il detenuto conserva la titolarità di una serie di diritti (alla salute, alla famiglia, a professare il proprio credo, etc.); tuttavia, lo status detentionis, oltre a riflettersi sulla costrizione fisica, intesa come coazione idonea a limitare il movimento del corpo, è soprattutto causa di una rilevante compressione dei diritti soggettivi facenti capo all’individuo, giustificata dalle esigenze di ordine e sicurezza. Ma le maggiori criticità di tale situazione si registrano in materia di tutela dell’affettività ed in proposito di corretto bilanciamento tra le esigenze di tutela collettiva, connaturate allo stato detentivo, e le garanzie del rispetto dei diritti della persona.

Dunque, se è vero che la restrizione in carcere non annulla la titolarità dei diritti del detenuto, è indubbio che l’imposizione del titolo detentivo, di fatto, incide negativamente su quei diritti che costituiscono espressione della libertà della persona a livello fisico e psichico, e, quindi, sulla possibilità del detenuto di coltivare relazioni affettive.

Si registra, infatti, una significativa perdita del potere decisionale del detenuto, non essendo, egli, libero di curare autonomamente le relazioni interpersonali, giacché è la legge a determinare quali legami siano meritevoli di tutela e, in relazione a tale scelta, a definirne tempi e modalità di godimento.

Si comprende, dunque, come le conseguenze della restrizione in carcere non si riversino esclusivamente sul detenuto, ma colpiscano indirettamente anche i familiari, vittime dimenticate ed invisibili, la cui sfera affettiva inevitabilmente si comprime per effetto della sentenza di condanna o dell’esecuzione di una misura cautelare.

Si coglie al riguardo la c.d. portata bilaterale della pena, che colpisce in modo emblematico i figli minori del detenuto, troppo spesso lesi nel diritto di crescere accanto ai propri genitori e in un ambiente che ne favorisca il sano sviluppo psicofisico.

Come citare il contributo in una bibliografia:
M. Minafra, La tutela genitoriale nel preminente interesse del minore: mai più “bambini detenuti”, in Giurisprudenza Penale Web, 2019, 2-bis

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