Carcere e lavoro: effetti sulla recidiva (Tesi di laurea)

Articolo scritto da Gloria Bertotti il 27 Novembre 2016

Prof. relatore: Antonia Menghini

Ateneo: Università degli studi di Trento

Anno accademico: 2015-2016

La tesi, dopo aver analizzato la sanzione penale nel contesto dottrinale, costituzionale e sovranazionale, focalizzandosi sulla sua finalità rieducativa, si concentrerà sul lavoro penitenziario come strumento di attuazione di quest’ultima.

Verrà in primo luogo approfondita la sua natura giuridica e la sua evoluzione storica, e, successivamente, l’attuale situazione organizzativa del carcere in Italia, con uno sguardo su alcune realtà particolarmente positive relative al singolo istituto penitenziario, le quali possono fungere da apripista per lo sviluppo del principio espresso dall’art. 27, co. 3 della Costituzione a livello statale.

Si concluderà poi con una digressione sul fenomeno della recidiva, nella quale verranno forniti, oltre che aspetti strettamente giuridici, legati principalmente alla riforma della legge cosiddetta “ex Cirielli” del 2005 e alle successive modifiche, alcuni dati fattuali e statistici della situazione italiana.

L’analisi dei tassi di recidiva può rappresentare uno strumento molto utile per contestare l’efficacia del sistema penale: la comparazione tra i valori di ricaduta nel reato fra condannati a diversi tipi di sanzione e soggetti a differenti tipi di trattamento può servire come termine di valutazione per l’efficacia dei progetti correzionali e delle politiche sociali in ambito penitenziario. È risaputo che il solo carcere non può produrre di per sé risocializzazione, né acquisizione dei valori portanti della società; si tratta al contrario di un ambiente altamente criminogenetico a cui si può porre rimedio solo con l’applicazione di un corretto trattamento rivolto al detenuto, nell’attesa (se non nella speranza) di un intervento legislativo che estenda l’accesso a misure alternative alla pena detentiva, capace innanzitutto di alleviare il degrado nelle carceri causato dal diffuso sovraffollamento.

Infine, come sottolinea Emilio Dolcini, il principio espresso dall’art. 27, co. 3 della Costituzione “fa emergere l’esigenza di concentrare gli sforzi su un’azione di reinserimento del soggetto nella società da attuarsi anche dopo l’esecuzione della pena,…impone, in altri termini, che tale sistema “si prolunghi” in un sistema di aiuto sociale”.

È per questo motivo che la sezione centrale del presente lavoro vuole offrire uno scorcio su quanto viene fatto, focalizzandosi sulla realtà provinciale trentina, dal volontariato e da associazioni come APAS presenti sul territorio. Si vuole evidenziare il notevole impegno che simili istituzioni prestano per la piena realizzazione dello scopo rieducativo della pena, da un lato proprio con l’avvicinamento di detenuti ed ex detenuti al mondo del lavoro e, dall’altro, introducendo una forte connessione fra il carcere e la comunità, in modo che l’aspetto dei diritti dei detenuti diventi una questione sociale. Per questo è indispensabile la mobilitazione, ma prima ancora l’interesse, dell’opinione pubblica. La responsabilità per l’attuazione dei principi costituzionali non è propria solo della macchina politica, ma anche dei cittadini, i quali, per primi, dovrebbero uscire dal torpore dell’indifferenza; d’altronde ancora oggi, come in passato, “il grado di civilizzazione di una società si misura sulle sue prigioni”.

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Categorie: ARTICOLI, Diritto Penitenziario, Tesi di laurea