Osservazione e trattamento rieducativo: qual è la vera causa della recidiva?

Articolo scritto da Giulia Perrone il 15 Marzo 2019

in Giurisprudenza Penale Web, 2019, 3 – ISSN 2499-846X

Il carcere, quale “istituzione totale” (E. Goffman, 1961), porta inevitabilmente ad una dinamica isolazionista, in cui l’imposizione uniforme delle regole annulla le differenze individuali, favorendo l’alienazione. Nella dimensione carceraria i valori e i bisogni individuali vengono progressivamente sostituiti con quelli del gruppo, ovvero con quelli della sub-cultura carceraria. Proprio per limitare tale depersonalizzazione, è essenziale prevedere un programma di trattamento «individualizzato».

La rieducazione del reo, quale diritto costituzionalmente garantito, nonché scopo della detenzione, non deve, però, inficiare la sicurezza pubblica: in virtù di tale esigenze è prevista l’osservazione scientifica della personalità del detenuto. Tale osservazione è presupposto fondamentale per individuare un programma differenziato per ogni detenuto, in modo da testare la propensione dello stesso alla rieducazione.

L’osservazione scientifica della personalità, come si evince dall’art. 27 D.P.R. n.431/76, è rivolta, attraverso l’acquisizione di dati biologici, psicologici e sociali, a desumere elementi per la formulazione del programma individualizzato di trattamento e per aggiornarlo nel corso dell’esecuzione in base alle nuove esigenze del detenuto.

Come previsto dal D.P.R n.230/2000, le attività d’osservazione sono attività diagnostiche, ovvero contano in accertamenti volti a individuare le caratteristiche della personalità del reo, ovvero le carenze psico-fisiche ed i fattori sociali che hanno portato il reo a compiere la condotta criminale;

Il programma di trattamento individualizzato è, quindi, il prodotto delle risultanze dell’osservazione, che mira alla rimozione o quanto meno all’attenuazione del disadattamento sociale che ha portato lo stesso a porre in essere la condotta criminosa.

Tuttavia, ad oggi il programma trattamentale, in particolare dopo la legge Gozzini , è diventato sempre più spesso un insieme di valutazioni circa l’opportunità di concessione di benefici, richiesti dal detenuto sotto osservazione. L’osservazione, quindi, deve preoccuparsi non solo di individuare le carenze psicofisiche del soggetto da colmare per condurlo verso la rieducazione ma anche analizzare la genuinità dei suoi comportamenti, evitando che questi vengano manipolati per accedere ai benefici.

Attraverso attività prognostiche gli operatori sono chiamati alla formulazione di un giudizio circa il possibile comportamento futuro del reo, attraverso l’osservazione del comportamento del reo all’interno dell’istituzione carceraria (F. Mantovani, 2003), presupposto fondamentale della valutazione del soggetto da parte della Magistratura di Sorveglianza.

Ciò che accade sempre più spesso è che l’educatore, essendo colui che fornisce gli elementi utili alla Magistratura per decidere in merito alla concessione dei benefici, perde la sua qualità di veicolo per il reinserimento sociale e acquista la qualità di mezzo per ottenere la libertà, diventando spesso un mero tramite con la Magistratura.

Tuttavia i benefici restano uno strumento essenziale per il graduale reinserimento del condannato in società, ovvero per favorire i contatti con l’esterno. Come sostiene la ricerca criminologica e nello specifico il criminologo Silvio Ciappi[1], infatti, non vi è correlazione diretta tra uso della detenzione e diminuzione della criminalità e, più in generale, tra politiche repressive e diminuzione dei delitti .

Per tale ragione rimane essenziale spingere sull’idea di un carcere migliorativo, aperto e rieducativo. L’osservazione, quindi, prima di individuare le carenze psicofisiche del detenuto, deve analizzare la genuinità dei suoi comportamenti, evitando che questi vengano manipolati unicamente per accedere ai benefici, rendendo così vana l’attività trattamentale.

L’individuazione gli atteggiamenti manipolati del detenuto è possibile attraverso l’utilizzo di quattro strumenti principali: il colloquio; l’esame psichico; l’analisi relazionale e comportamentale. Unitamente agli strumenti prescritti per legge, nonché alle forme di trattamento, sono necessari alcuni meta-strumenti, essenziali a fornirne sia una buona fotografia del detenuto, quali la cooperazione con gli altri professionisti, essere in grado di indirizzare il giudizio dei detenuti, essere impersonali ma dotati di “empatia scientifica”.

Attraverso lo studio effettuato con gli operatori trattamentali dell’Istituto penitenziario di Rebibbia, è stato possibile indagare il problema della strumentalizzazione degli operatori da parte dei detenuti.

In risposta alla domanda “quante volte vi siete sentiti manipolati”, infatti, educatori e psicologi intervistati, hanno affermato che la maggior parte delle volte si sono sentiti strumentalizzati dal detenuto, soprattutto durante il colloquio, suggerendo una percentuale del 75/80%. ­

E’possibile affermare, dunque, che la strumentalizzazione è figlia dell’individuo, in quanto propria di ogni relazione umana, che si sviluppa secondo la logica dell’assistenzialismo e viene amplificata dalla costrizione dovuta alla carcerazione.

Il carcere, infatti, risponde ad una logica assistenzialistica che, in Italia, si identifica con il concetto di “regalia”. Assistenzialismo inteso nella sua accezione più negativa, come fenomeno degenerativo e dispersivo di risorse, che, nella dinamica carceraria, si ritrova nel concetto di benefico, inteso dal detenuto come “qualcosa che gli spetta”.

Sono stati individuati, sempre con l’aiuto degli operatori (educatori e psicologi) degli indicatori che portano ad ipotizzare una possibile manipolazione del comportamento da parte del detenuto. E’emersa la presenza di svariati indicatori di strumentalizzazione, tutti relativi e solo uno considerato come assoluto da tutti gli intervistati, quali:

  1. il silenzio;
  2. l’evasione;
  3. l’autolesionismo;
  4. l’aggressività etero diretta;
  5. la seduzione/il corteggiamento;

L’unico indicatore che può essere ritenuto come assoluto, rispetto al tentativo di manipolazione è quello della seduzione/corteggiamento. Tutti gli operatori intervistati sono, infatti, concordi nel ritenere che il soggetto affabulatore, ovvero colui che cerca di smuovere l’emotività dell’operatore, è un soggetto poco interessato al trattamento rieducativo, che usa il confronto con lo stesso per fini utilitaristici. Il detenuto ammaliatore, presenta sé stesso al meglio, narrando storie poco fondate o totalmente infondate e tenta di persuadere l’operatore, con atteggiamenti di eccessiva carineria.

Il carcere è divenuto, ormai, in prevalenza uno strumento di “detenzione sociale” un luogo di “stoccaggio dei rifiuti sociali” (L. Wacquant, 1999), ovvero di persone per le quali sono mancate o sono fallite efficaci soluzioni alternative o persone in situazione di disagio sociale. Perseverare in questa dimensione meramente custodiale delle carceri, rappresenta un fallimento per lo stato e per l’intera collettività.

Per impedire che il carcere continui ad essere unicamente un luogo di privazione della libertà e che divenga finalmente un luogo di cambiamento, che sia in grado di restituire alla società individui idonei a reinserirsi proficuamente nella stessa, è essenziale provvedere alla risoluzione di numerose problematiche (C. Perini, 2018).

Il primo problema è rappresentato dal clima di generalizzata rassegnazione e diffidenza, che caratterizza sia la popolazione penitenziaria che gran parte degli agenti penitenziari: la finalità del carcere è ancora intesa in termini di repressione e non di rieducazione. Per far si che gli agenti comprendano l’importanza di umanizzare chi sta scontando una pena occorre maggiore formazione, ovvero la predisposizione di corsi di specializzazione obbligatori per gli agenti, in psicologia forense, criminologia e pedagogia, in modo che questi possano avere gli strumenti per comprendere meglio il detenuto ed i suoi comportamenti. Il  lavoro degli agenti di polizia penitenziaria resta compito assai duro e “molti di loro non hanno sempre la di comprendere che le frustrazioni che i detenuti riversano sugli stessi non è da intendersi quale rabbia nei confronti del poliziotto ma verso il sistema e il proprio trascorso di vita” (Luigi Giannelli, Ispettore superiore Polizia Penitenziaria).

Un altro ostacolo ad un carcere davvero rieducativo in Italia è la presenza di una radicata subcultura carceraria. Abolendo i dogmi della subcultura, infatti, si darebbe la possibilità, a ciascun detenuto, di mantenere salda la percezione del sé, evitando che questo si omologhi al resto della popolazione carceraria. Una soluzione a tale problematica potrebbe essere quella della ripartizione dei detenuti, ovvero della riorganizzazione degli istituti, differenziando gli stessi in base, principalmente, all’età, e non solo in base al reato commesso. Tale ripartizione, consentirebbe di evitare ai reclusi più giovani il contatto soggetti che scontano lunghe detenzioni, ormai intrisi e pervasi dalle logiche del carcere. Un’altra soluzione per impedire la dannosa integrazione dei detenuti con il contesto penitenziario è da intendersi  l’osservazione del comportamento del detenuto nei momenti della vita quotidiana e nei diversi spazi istituzionali (come la cella ed il passeggio), nonché l’osservazione delle relazioni instaurate dal detenuto con i compagni di cella e durante le ore di socialità. Tali comportamenti servono a comprendere, appunto, il grado di integrazione dei detenuti con il contesto penitenziario, ovvero con la subcultura carceraria.

Un altro cancro per la riuscita del trattamento rieducativo è la strumentalizzazione dell’operatore da parte del detenuto, impossibile da sradicare totalmente, in quanto insito in ogni relazione umana, ma che potrebbe essere attenuato mediante una modifica dell’intervento dell’educatore, riducendo le attività burocratiche ed aumentando il numero di risorse. Quest’ultimo, alleggerito dal carico di lavoro, potrebbe dedicare più tempo ad ogni detenuto, non solo durante i colloqui, ma osservandoli nel quotidiano, in modo da comprendere ancor meglio il suo modo di relazionarsi con gli altri detenuti/operatori, ovvero con la famiglia durante gli incontri. L’educatore, in questo modo, otterrebbe una fotografia più autentica del detenuto, scongiurando il pericolo che il colloquio periodico si trasformi in una recita, riducendo, altresì, il rischio di essere manipolato.

In conclusione, per rispondere alla domanda in epigrafe, la recidiva, tuttavia, dipende essenzialmente dal fine pena, ovvero dalla mancata propensione, da parte dell’esterno, di riaccogliere in società i detenuti dopo l’espiazione della pena, la recidiva è figlia di una mancata ri-accoglienza. La scarsa propensione alla creazione di una rete di supporto e collaborazione da parte della collettività all’esterno del carcere che rende, quindi, indispensabile la mutazione della mentalità dell’intera società esterna, incentivata da un intervento normativo adeguato. In questo modo i detenuti percepirebbero, sia da parte della collettività esterna che da parte dello Stato, un importante segnale di apertura e soprattutto di interesse in virtù della ricostruzione del patto sociale.


[1] S. Ciappi – A. Coliuccia, Giustizia criminale. Retribuzione, riabilitazione e riparazione: modelli e strategie di intervento penale a confronto, Franco Angeli, 2003.

Come citare il contributo in una bibliografia:
G. Perrone, Osservazione e trattamento rieducativo: qual è la vera causa della recidiva?, in Giurisprudenza Penale Web, 2019, 3

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