La ricerca della prova penale mediante virus informatico (Tesi di laurea)

Articolo scritto da Valeria Apicella il 17 Marzo 2019

Prof. relatore: Paolo Moscarini

Prof. correlatore: Maria Lucia Di Bitonto

Ateneo: Università Luiss

Anno accademico: 2017/2018

Il presente elaborato si propone di analizzare talune delle questioni connesse all’ingresso della tecnologia nel procedimento penale, con particolare riguardo al caso in cui le “chiavi d’accesso” siano costituite dalle indagini informatiche.

Queste ultime vengono in rilievo non solo quando il sistema informatico o telematico costituisce il corpo del reato o una cosa ad esso pertinente (e, quindi, l’oggetto dell’indagine), ma, altresì, allorché l’autorità giudiziaria faccia ricorso agli strumenti tecnologici come mezzo per condurre un’investigazione. Ed è su tale secondo profilo che è incentrato il presente studio.

I dispositivi elettronici, in particolare quelli portatili, costituiscono ormai un’appendice indispensabile della persona. I soggetti coinvolti nella fase investigativa, dagli organi inquirenti all’indagato, non sono altro che una proiezione in scala ridotta di una società informatizzata, in cui la condivisone di abitudini digitali costituisce il minimo comune denominatore.

Così, telefoni cellulari, computer, tablet diventano il contenitore di elementi probatori digitali, assai rilevanti ai fini dell’accertamento dei fatti, la cui estrazione è resa possibile dai mezzi di ricerca della prova.

Ebbene, la tecnologia rende oggi possibile ricercare e acquisire le informazioni contenute nei suddetti dispositivi elettronici attraverso l’utilizzo di un “captatore informatico”, un programma installato via hardware o via software nell’apparecchio elettronico in uso al soggetto target, attraverso cui è possibile esplorare e, in alcuni casi, “fotografare” il contenuto di un dispositivo elettronico, seguendone l’attività attraverso una sorta di shadowing.

Categorie: ARTICOLI, DIRITTO PROCESSUALE PENALE, Tesi di laurea