Rimborso delle spese legali nel caso di assoluzione: intervista a Enrico Costa

Come già segnalato da questa Rivista, lo scorso 20 dicembre la Commissione Giustizia della Camera ha approvato un emendamento in tema di rimborso delle spese legali nel caso di assoluzione.

L’emendamento, proposto dal deputato Enrico Costa, è confluito nei commi da 1.015 a 1.022 dell’art.1 del Disegno di Legge di Bilancio 2021, approvato alla Camera il 27 dicembre e ora all’esame del Senato.

Giurisprudenza Penale ha intervistato l’on. Costa, per cercare di fare chiarezza sul portato della (futura) novella legislativa.

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Chiariamo innanzitutto un punto: nel testo dell’emendamento non si fa distinzione tra assoluzione ex art. 530 c.1 e c.2 c.p.p., è corretto?

«Confermo: la norma specifica che il rimborso è dovuto all’imputato assolto con sentenza irrevocabile perché il fatto non sussiste, non ha commesso il fatto, il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato. Non presenta specificazioni tra assoluzione ex c.1 e c.2 dell’art. 530 c.p.p.».

 

Ritiene che la riforma sia, di fatto, una indefettibile estrinsecazione degli artt. 2 e 24 della Costituzione, che sanciscono il diritto di difendersi in giudizio come un principio fondamentale riconosciuto in modo uguale per tutti?

«Io penso agli artt. 2, 3, 24 e 111 Cost., tutte norme costituzionali che legittimano e fondano la scelta che abbiamo attuato, citate nella relazione della proposta di legge che avevo presentato e che poi è confluita nell’emendamento approvato nella legge di bilancio. La riforma ne è una necessaria attuazione».

 

Il principio della soccombenza potrebbe essere una lama a doppio taglio? Nella prassi, anziché ispirare cautela nelle scelte sul rinvio a giudizio e rappresentare un freno inibitore al riconoscimento del fallimento della pretesa punitiva, non rischierebbe di avere un effetto paralizzante rispetto alle decisioni di assoluzione, dato il ruolo di “tutori delle casse dello Stato” che i magistrati sembrano assumere quando liquidano i patrocini a spese dello Stato?

«Ho un grande rispetto per i giudici e mi rifiuto di pensare che possano distogliere le loro decisioni dai parametri valutativi previsti dalla legge, facendosi condizionare dagli effetti di una sentenza. Ci sono oggi tante assoluzioni che – facendo scattare il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione – smentiscono il suo dubbio. Purtroppo, anche di fronte ad una norma di buonsenso c’è chi teorizza rischi assurdi, magari dopo aver sostenuto l’ingiustizia di far pagare le spese agli assolti. Sono gli stessi che si lamentano del fatto che i magistrati non paghino mai per gli arresti ingiusti, ma se proponi un’azione disciplinare automatica dopo il riconoscimento dell’ingiusta detenzione, ti obiettano che così diminuirebbero le assoluzioni. Penso che il rimedio più efficace sarebbe la separazione delle carriere: i giudicanti di qua, i requirenti di là. Ma i dubbiosi cronici troverebbero da eccepire qualcos’altro».

 

È stato valutato il rischio di un aumento delle impugnazioni dei PM contro le sentenze di assoluzione, con conseguente ulteriore intasamento della macchina processuale?

«Non pensano invece i dubbiosi di cui si fa portavoce, che prima di fare una burocratica citazione a giudizio si rifletterà un po’ meglio circa la fondatezza dell’accusa?»

 

Non pensa che la previsione del rimborso debba essere collegata, in una ottica di responsabilizzazione, alla responsabilità civile dei magistrati?

«Ci sono già norme vigenti (inadeguate), ma sganciate dalla norma di cui stiamo parlando. Altro è il tema delle valutazioni di professionalità. Personalmente non capisco come mai si tenga conto (solo sulla carta) della tenuta dei provvedimenti nel grado successivo per i giudici, ma per i PM tale valutazione non è nemmeno prevista. Grandi inchieste che finiscono nel nulla non sono considerate in tali valutazioni, mentre sono considerate , ad esempio, le partecipazioni ai convegni. Questo meccanismo deve essere corretto, ma non credo vada connesso al rimborso delle spese legali in caso di assoluzione».

 

Il ruolo dell’Ordine degli Avvocati è di prestare un semplice parere di congruità e sembrerebbe non essere vincolante. Chi deciderà sul rimborso? È previsto un rimborso parziale che garantisca la libertà di trattare il compenso con l’assistito?

«Non ci sarà una valutazione di un giudice in merito alla congruità o alla sussistenza del diritto al rimborso, che sarà oggettivo. L’unico problema è la capienza del fondo per pagare tutti i rimborsi. Il Decreto del Ministro della Giustizia sarà deputato a individuare, all’interno della platea di richiedenti, lo schema delle priorità in caso non ci fosse una copertura sufficiente. In ogni caso, non viene minata la libertà del difensore di concordare la parcella con il proprio assistito. Fino a euro 10.500,00 può esserci un rimborso, le parcelle verranno rimborsate nei predetti limiti».

 

Lei cita correttamente i vari Paesi che già prevedono meccanismi di questo genere. A quali si è ispirato?

«Vari Paesi hanno meccanismi con varie declinazioni, io ho preso spunto dalla proposta di Gabriele Albertini alla Commissione del Senato nella scorsa legislatura, in cui non era previsto un rimborso, ma una detrazione. Successivamente il Governo ha ritenuto di sganciarsi dal tema della detrazione, perché avrebbe richiesto una copertura totale di tutta la platea dei richiedenti. Il Governo, però, oggi non è in grado di darci il quadro della platea, né di stanziare una cifra mastodontica. Per cui si è passati al meccanismo del rimborso. Rispetto ad altri orientamenti, però, si è preferito sganciare il rimborso da quelli che sono i requisiti dell’ingiusta detenzione, per evitare l’imporsi di correnti giurisprudenziali che si sono slegate dalla ratio della norma, come quelle che mortificano l’esercizio del diritto di avvalersi della facoltà di non rispondere per negare il risarcimento».

 

Domanda provocatoria: secondo Lei esiste un populismo garantista che si contrappone ad un populismo giustizialista?

«Non mi pare che le battaglie garantiste siano populiste. Sono battaglie comprese, purtroppo, oltre che dagli addetti ai lavori, solo da chi subisce un processo sulla propria pelle. Tra chi non ci è passato prevalgono gli slogan tipo “marcire in galera” o “buttare la chiave”. È certamente più populista chi dice che un assolto è un colpevole che l’ha fatta franca».