“Torno a casa”: gruppo terapeutico e di sostegno alla genitorialità per padri detenuti in fase di reinserimento

Articolo scritto da Chiara Paris il 13 Febbraio 2019

in Giurisprudenza Penale Web, 2019, 2-bis – ISSN 2499-846X

Durante una pena detentiva, risulta difficile per i detenuti mantenere una relazione positiva con la propria compagna e i propri figli: molti genitori scelgono di non far entrare i minori in carcere, perché ritengono che possa essere spaventante, o possa creare confusione. Molti preferiscono raccontare di dover fare un particolare lavoro, o di dover andare all’estero, ricorrendo alle sole brevi telefonate concesse o alle lettere, fornendo agli operatori spiegazioni che comunque attengono ai bisogni del bambino e spesso inerenti l’inadeguatezza della situazione in cui si svolgono i colloqui (Shlafer & Poehlmann, 2010; Mumola, 2000).

La condizione di minore con almeno un genitore detenuto accomuna un numero superiore ai due milioni di bambini nei Paesi del Consiglio d’Europa e 100.000 in Italia (alcuni dei quali vivono in carcere con la madre) e determina la necessità di vivere il rapporto con quelle che dovrebbero essere le principali figure di riferimento secondo regole, orari e modalità che non rispettano le loro naturali esigenze (Bambini senza sbarre, 2006). Circa la metà di questi bambini viveva con il genitore prima dell’inizio della carcerazione, subendo di conseguenza il trauma della separazione dal caregiver, cambiamenti nel proprio stile di vita e, spesso, il pregiudizio sociale rispetto alla situazione che vivono queste famiglie (Murray, 2012). Peraltro, a tal proposito si ricorda il concetto di “profezia che si autoavvera”, descritta dal celebre esperimento di Rosenthal sull’Effetto Pigmalione, ossia come il comportamento delle persone tenda a conformarsi all’immagine che altri hanno di loro, sia in senso positivo che negativo: possiamo solo immaginare la portata potenziale che un fenomeno simile può avere su questi bambini.

Secondo la ricerca “Paternità senza sbarre” del 2014, il 41% dei detenuti intervistati vede i figli una volta al mese o meno, il 22% non li vede (il 43% di questi ultimi non ricorre neppure alle telefonate, o perché straniero e quindi impossibilitato, o perché non le ritiene una modalità idonea), la quasi totalità del campione scrive molto spesso delle lettere. Se la compagna o moglie costituisce un importante sostegno in tal senso, vengono spesso ostacolati i rapporti con i figli quando è avvenuta una separazione. Questo studio ha peraltro portato alla luce come, a fronte di una svalutazione, passività, deresponsabilizzazione generale della propria persona in seguito all’ingresso in istituto, quello della genitorialità è un tema attivante e spesso “terreno fertile di empowerment”.

Come citare il contributo in una bibliografia:
C. Paris, “Torno a casa”: gruppo terapeutico e di sostegno alla genitorialità per padri detenuti in fase di reinserimento, in Giurisprudenza Penale Web, 2019, 2-bis

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