I criteri di imputazione nello Statuto della Corte Penale Internazionale. Un’analisi del caso Lubanga (Tesi di laurea)

Prof. Relatore: Emanuela Fronza

Ateneo: Università degli Studi di Trento

Anno accademico: 2014-2015

Il presente lavoro, muovendo dall’analisi del procedimento penale a carico di Thomas Lubanga Dylo davanti alla Corte Penale Internazionale, conclusosi con una condanna definitiva per i reati di “coscrizione, arruolamento ed utilizzo di bambini soldato nelle ostilità”, intende affrontare alcune tra le questioni più discusse in ambito penale internazionale.

Due gli argomenti trattati di particolare interesse.

In primo luogo, il crimine di guerra di “coscrizione, arruolamento ed utilizzo di bambini nelle ostilità”, introdotto nello Statuto di Roma nel 1998 agli articoli 8(2)(b)(xxvi) e 8(2)(e)(vii), fornendo un’ampia protezione alla categoria dei bambini soldato, prima tutelati solo dalla legge umanitaria internazionale; in secondo luogo, la scelta netta della Corte di adottare la teoria del “control over the crime”, coniata dalla dottrina tedesca, per l’attribuzione della forma responsabilità prevista all’articolo 25(3)(a) dello Statuto, ossia la c.d. co-autoria.

La pronuncia della Camera d’Appello, del 1 dicembre 2014, di cui si darà contezza nella trattazione che segue, ha contribuito, in un’ottica di continuità con la precedente giurisprudenza in materia, ad una maggiore chiarezza nella definizione sia delle condotte incriminate sia del relativo elemento soggettivo.

La teoria di Roxin, utilizzata in ambito internazionale per la prima volta dalla Corte, prende invece le distanze dall’impostazione della giurisprudenza dei Tribunali ad hoc, rispondendo infatti alla sentita esigenza di evitare l’impunità a coloro che non commettano personalmente e direttamente il crimine, esercitando comunque il controllo sullo svolgersi degli eventi, e di individuare dei criteri distintivi tra contributi principali ed accessori alla commissione del reato.

L’elaborato intende, senza pretese di completezza, dimostrare l’efficacia sostanziale della teoria del “control over the crime”, attraverso lo studio del testo dello Statuto di Roma e il confronto con le pronunce giurisprudenziali sia dei Tribunali ad hoc sia della Corte Speciale per la Sierra Leone, mettendone in luce anche i profili di criticità.

La trattazione conclude evidenziando le possibili implicazioni della prima sentenza della Camera d’Appello sulle future pronunce della Corte Penale Internazionale.