La sentenza della Cassazione sulla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione avanzata da Raffaele Sollecito

Articolo scritto da Redazione Giurisprudenza Penale il 15 Settembre 2017

Cassazione Penale, Sez. IV, 14 settembre 2017 (ud. 28 giugno 2017), n. 42014
Presidente Izzo, Relatore Menichetti

Segnaliamo la sentenza della Corte di Cassazione sulla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione avanzata da Raffaele Sollecito a seguito della assoluzione nel procedimento che lo vedeva imputato per l’omicidio di Meredith Kercher.

Come avevamo anticipato, nel gennaio del 2017 la Corte di Appello di Firenze aveva respinto la richiesta evidenziando che, se da un lato sussiste «una ingiusta detenzione stante la sopraggiunta assoluzione» di Raffaele Sollecito, tuttavia, «egli ha concorso a causarla con la propria condotta dolosa o gravemente colposa consistita nel rendere alla polizia giudiziaria, agli inquirenti e ai giudici, in particolare nella fase iniziale delle indagini,dichiarazioni contraddittorie o addirittura francamente menzognere, risultate tali anche alla luce delle valutazioni contenute nella sentenza definitiva di assoluzione».

Chiamata a pronunciarsi sulla vicenda a seguito del ricorso presentato da Sollecito, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso osservando che  «il ricorrente, con le condotte sopra descritte, ha concorso con dolo o colpa grave all’emissione ed al protrarsi della massima misura cautelare» e che «una sua diversa condotta, che avesse evitato dichiarazioni contraddittorie o palesemente false ovvero che avesse fornito una immediata spiegazione delle loro incongruità rispetto alle diverse emergenze delle indagini, avrebbe evitato il nascere o il consolidarsi del sospetto della partecipazione all’omicidio della giovane Meredith Kercher».

Del resto – si legge nella sentenza – «costituisce principio consolidato in giurisprudenza quello secondo cui se la reticenza, il mendacio o il silenzio rappresentano scelte difensive del tutto legittime, tuttavia ben possono essere valutate dal giudice della riparazione in termini dolosi o gravemente colposi in relazione al fatto di aver causalmente inciso sul piano cautelare, qualora si siano tradotti nella mancata allegazione di fatti favorevoli al dichiarante, che in tal modo ha omesso di fornire un congruo chiarimento in grado di attribuire un diverso significato alla portata del compendio indiziario utilizzato a fini cautelari».

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