“Male captum bene retentum” e la teoria dei “frutti dell’albero avvelenato” nella giurisprudenza italiana e secondo la Corte EDU

Prof. Relatore: Marcello Busetto

Ateneo: Università degli Studi di Trento

Anno accademico: 2011/2012

L’occasione del presente lavoro si colloca in una recente e molto nota pronuncia della Corte europea dei diritti dell’uomo su una vicenda accaduta in Germania: il caso Gäfgen (C. eur. dir. uomo, 30 giugno 2008, Gäfgen c. Germania). Come è noto, in quell’occasione l’imputato era stato sottoposto a trattamenti inumani (minaccia di torture ed altro) affinché rivelasse d’aver commesso il fatto per cui si procedeva (sequestro di persona e omicidio). La confessione, così ottenuta, aveva portato al ritrovamento del corpo della vittima e alla scoperta di altri elementi di prova, che avevano fondato la condanna dell’imputato, nonostante fossero stati rinvenuti grazie alle dichiarazioni estorte (le quali erano state peraltro giudicate inutilizzabili dal tribunale nazionale). La Corte europea, adita dal condannato, è stata perciò chiamata a pronunciarsi sullo spinoso tema della utilizzabilità nel processo penale delle prove frutto di una condotta illecita da parte della polizia giudiziaria e della loro incidenza sulle acquisizioni successive.

Da qui l’idea della presente tesi, suggerita peraltro da analoghe impostazioni che la dottrina italiana ha subito voluto coltivare: verificare se la sentenza ora richiamata (e più in generale la giurisprudenza della Corte europea di Strasburgo) contenga spunti suscettibili di essere valorizzati anche nella interpretazione e nella applicazione del diritto interno, pure alla luce del nuovo, inedito ruolo che la Corte europea ha via via assunto, sul piano delle fonti. In tale quadro, la tesi si occupa innanzi tutto di ricostruire le varie posizioni della dottrina e della giurisprudenza italiane a proposito dell’accennato problema.

Viene perciò ripercorsa la nota contrapposizione tra la tesi del “male captum bene retentum” e la teoria dei “frutti dell’albero avvelenato”, già oggetto di un acceso dibattito in Italia, in relazione al rapporto tra perquisizione e sequestro. Come è noto, il primo orientamento (di gran lunga prevalente) nega la propagazione del vizio di un atto probatorio su quello successivo, non sussistendo tra questi alcun vincolo di dipendenza giuridica. Ad esso si contrappone il secondo orientamento, ispirato alla giurisprudenza nordamericana degli anni ’20, in base al quale certi vizi di un atto probatorio finiscono per incidere a certe condizioni su quelli successivi, cosicché la violazione originaria si ripercuote sui frutti della ricerca, contaminandoli a loro volta (quali fruits of poisoned tree, appunto).

Più nello specifico, nel primo capitolo, si è tracciato un quadro generale della nuova sanzione introdotta dal legislatore del codice del 1989 a tutela della legalità in ambito probatorio: l’inutilizzabilità della prova. Di questa si sono esaminati i principali snodi interpretativi che l’attuale normativa ha lasciato ancora aperti, così da comprenderne la natura e l’effettiva operatività. Nel secondo capitolo ci si è concentrati sul tema più specifico entro cui si contrappongono i due orientamenti poc’anzi richiamati: quello della c.d. invalidità derivata, in materia di prove.

Poste le premesse generali di tale complessa problematica, ci si è potuti soffermare più nel dettaglio sull’annosa questione del rapporto tra perquisizione e sequestro, con particolare riguardo alla validità ed utilizzabilità della res rinvenuta sulla base di una perquisizione illegittima o addirittura penalmente illecita. In tale parte del lavoro, si è ripercorso il vivace dibattito, passando in rassegna i principali orientamenti dottrinali formatisi in Italia sul tema. L’analisi si è poi concentrata in particolar modo sui recenti interventi della Corte di Cassazione a Sezioni Unite e della Corte Costituzionale in ordine al rapporto tra i due istituti, che in sostanza – pur non senza qualche “apertura” – hanno avallato la linea del bene retentum, ossia della utilizzabilità probatoria del bene sequestrato a seguito di perquisizione invalida. Queste premesse hanno poi consentito (nel terzo capitolo) di condurre l’indagine più specifica più sopra accennata, consistente nell’interrogarsi sulla posizione della Corte europea dei diritti dell’uomo, a proposito delle prove ottenute attraverso una attività di ricerca illegittima o illecita, con particolare (ma non esclusivo) riferimento al menzionato caso Gäfgen. L’analisi (che tiene conto del diverso approccio alla problematica da parte della Corte di Strasburgo, dovuto sia al differente quadro normativo di riferimento, sia a un particolare modus operandi orientato alla specificità dei singoli casi concreti) ha mostrato che la Corte pur partendo da premesse vicine a quelle da cui muovono i sostenitori dei “frutti dell’albero avvelenato”, finisce per conformarsi nelle conclusioni alla tesi del “male captum bene retentum”, pervenendo in questo modo a risultati non dissimili rispetto alla giurisprudenza italiana.

Questa conclusione riguarda, in particolare, la sentenza del 2008, in cui la Germania non venne condannata perché i responsabili del trattamento inumano erano stati puniti penalmente e il ricorrente aveva beneficiato di un processo “equo” nel suo complesso, atteso che la sentenza di condanna si fondava sulla nuova confessione resa in dibattimento e su alcune prove materiali non direttamente collegate alle precedenti dichiarazioni estorte nel corso dell’interrogatorio. Il lavoro si chiude con alcune riflessioni: il superamento dell’antico brocardo è forse destinato a seguire altri percorsi; non quelli della Corte di Strasburgo – che per l’appunto pare ancora in linea con il tradizionale orientamento – ma quelli innescati da recenti interventi legislativi (legge 20 novembre 2006, n. 281, intervenuta sull’art. 240 c.p.p. e legge 3 agosto 2007, n. 124, modificativa dell’art. 202 c.p.p.) che hanno fatto emergere come, in presenza interessi particolarmente rilevanti, come la sicurezza dello Stato e la segretezza della corrispondenza, l’idea dei “frutti avvelenati” stia facendo progressivamente qualche breccia.