L’ambidestrismo della Cassazione penale nella ricostruzione della motivazione in sede di adozione dell’atto impositivo della custodia cautelare in carcere.

Articolo scritto da Carlo Morselli il 9 Gennaio 2020

in Giurisprudenza Penale Web, 2020, 1 – ISSN 2499-846X

L’autore commenta, nel filtro di un giudizio critico, una recente decisione della Corte di Cassazione [Cass., sez. IV, sent. 10-28 ottobre 2019, n. 43689 – Pres. Ciampi; Rel. Pezzella; P.M. (conf.) Pinelli; Ric. Corica]. La sentenza affronta il tema della custodia cautelare in carcere nel versante del principio di gradualità della misura ablativa o privativa della libertà personale. Il requisito dell’adeguatezza è trattato come sussistente in re ipsa, una volta che il giudice ha emanato il provvedimento de libertate.

Emerge una Corte assai rigorosa nel trattare i ricorsi moltissimi liquidati come inammissibili in quanto giudicati difettivi quanto a chiarezza e specificità nella scansione dei motivi di gravame o ricorso quando, però, si tratta di motivare la misura analibertaria tutto quel rigore si attenua e si riduce da due ad un solo profilo (reductio ad unum), e la (mera) indicazione prende il posto della (puntuale) dimostrazione. In tale ordine di idee, l’eccezionalità della misura limitativa della libertà personale, si rivela, semplicemente, una  petizione di principio.

Come citare il contributo in una bibliografia:
C. Morselli, L’ambidestrismo della Cassazione penale nella ricostruzione della motivazione in sede di adozione dell’atto impositivo della custodia cautelare in carcere, in Giurisprudenza Penale Web, 2020, 1

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