In difesa dell’art. 15 Cost.: illegittima la circolazione delle intercettazioni per la prova di reati diversi

in Giurisprudenza Penale Web, 2020, 6 – ISSN 2499-846X
in Giurisprudenza Penale Trimestrale, 2020, 2 – ISSN 2724-0304

Il titolo del capolavoro di Charlie Chaplin ben rappresenta la parabola tracciata dalla circolazione delle intercettazioni fra procedimenti diversi.

Nell’impianto codicistico originario, l’art. 270 comma 1 c.p.p. introduceva il generale divieto d’uso come prova delle intercettazioni in un procedimento diverso da quello in cui erano state disposte: unica deroga, i casi in cui il procedimento ad quem avesse avuto a oggetto un delitto per cui fosse stato obbligatorio l’arresto in flagranza. In breve, la previsione in parola – ferma restando la centralità del divieto probatorio, che compariva in incipit – ambiva a circoscrivere l’utilizzabilità, tendenzialmente limitandola al procedimento in cui erano state autorizzate. Da qui, il decisivo rilievo sistematico di un regime di circolazione «più severo del consueto» (ossia quello previsto dall’art. 238 c.p.p.), perché, in assenza dell’art. 270 c.p.p., i risultati delle captazioni sarebbero stati capaci di circolare liberamente fra procedimenti diversi come atti irripetibili.

Benché mai accantonata dagli studiosi – consapevoli, per l’appunto, del ruolo-chiave esercitato dall’art. 270 c.p.p. in un ordinamento che ripudiava forme di conoscenza onnivore e della tensione provocata in rapporto all’art. 15 Cost. – la previsione è, però, stata a lungo lontano dai riflettori del dibattito politico e mass-mediatico. Solo in tempi assai recenti è tornata prepotentemente al centro della scena.

La protratta assenza dal dibattito pubblico è stata causata, forse, dall’intrinseco elevato tasso tecnico della disciplina e dall’improvvida sottovalutazione dei suoi negativi effetti in ordine alla tenuta dei diritti fondamentali, in un contesto ove l’attenzione del legislatore e dei media era polarizzata sulla tutela della riservatezza dei soggetti coinvolti dalle captazioni all’interno del medesimo procedimento. Emblematica, la tormentata normativa che regola il regime di conoscenza delle captazioni e la relativa selezione, già rimaneggiata dal d.lgs. n. 216 del 2017, poi modificata dal d.l. n. 161 del 2019 e, da ultimo, ancora ritoccata dalla l. n. 7 del 2020.

Più certa, invece, la causa che ha sospinto l’art. 270 c.p.p. alla ribalta: la pronuncia delle Sezioni unite “Cavallo”, che ha immediatamente rinfocolato l’insofferenza verso l’apposizione di limiti all’uso delle intercettazioni in un diverso procedimento. Ha pesato il diffuso approccio populistico ai temi della giustizia penale, a sua volta espressione dell’«uso populista della questione criminale»: l’efficienza repressiva della macchina giudiziaria è divenuta il costante leit-motif degli interventi normativi, che vieppiù trasfigurano il processo e lo piegano da strumento «diretto alla ricostruzione del fatto di reato secondo criteri epistemologici storicamente dati e nel rispetto dei diritti fondamentali» a strumento di prevenzione e di contrasto della criminalità, reputato sempre utile per fronteggiare l’«emergenza di turno».

Il punto di caduta della parabola è una reazione legislativa che rimodella in profondità la circolazione delle intercettazioni di comunicazioni e di conversazioni. Il finale (forse, interlocutorio, alla luce della perdurante instabilità della materia) – se non tragico, come nell’opera cinematografica – è drammaticamente denso di negative implicazioni sull’inviolabilità della segretezza delle comunicazioni protetta dall’art. 15 Cost.

Come citare il contributo in una bibliografia:
F. S. Cassibba, In difesa dell’art. 15 Cost.: illegittima la circolazione delle intercettazioni per la prova di reati diversi, in Giurisprudenza Penale Web, 2020, 6

Il contributo è stato altresì pubblicato nella rivista trimestrale:
F. S. Cassibba, In difesa dell’art. 15 Cost.: illegittima la circolazione delle intercettazioni per la prova di reati diversi, in Giurisprudenza Penale Trimestrale, 2020, 2, p. 93